Andrea Mariconti - Blackcoal
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Chiedi alla polvere, scriveva John Fante. Ma la sua era “una polvere da cui non
cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo”. Anche
Andrea Mariconti l’ha interrogata.
L’ha fatto come i profeti e gli sciamani interpretano i segni della natura. E ha
trovato invece che nella polvere si piantano
radici, che la polvere può essere
un caldo rifugio, che dalla polvere nascono storie. Può essere la torba d’Irlanda
o la cenere di Pompei. O meglio ancora la terra “dei nostri campi”, come li chiama lui. Perché Mariconti ha scelto
di vivere nel paesaggio materno senza
restarne ingabbiato.
Per questo motivo siamo orgogliosi di ospitarne la prima personale nel “suo”
Lodigiano. Mariconti ha sposato questo
territorio e gli è rimasto fedele senza vergogne. E soprattutto non vi ha innalzato
le bandiere del locale ma ha saputo
interpretarlo come una particella del pulviscolo universale che ci avvolge.
Alessandro Beltrami
Black coal, carbone, materia nera, legno
combusto, richiama per assonanza
black hole, il buco nero, l’estrema densità che tutto inghiotte e scompone:
il tempo. Le immagini di Mariconti nascono dal nero bruciato e caldo della fuliggine,
dallo spessore impalpabile della cenere,
dalle torbe selvagge portate in cattività.
Ciò che aveva forma e identità è stato annientato, purificato dal fuoco e ritorna
profilo riconoscibile sulle tele e sulle carte, secondo un processo alchemico di consunzione e rinascita. La volontàè quella di creare attraverso la memoria
del legno, che la cenere conserva, per rimettere in circolazione la materia.
I suoi paesaggi sono masticati, fessurati,
frantumati ed è la stratificazione
densa dei pigmenti e la ramificazione dei cretti a determinare la forma, anziché la mimesi della stessa. L’artista agisce sull’amalgama portando avanti un lavoro sulle sensazioni tattili. Sono gli stessi impasti che spaccandosi, agglomerandosi, gocciolando sulla superficie descrivono le sagome e le atmosfere.
Certe sostanze vive, la cenere e l’olio in cui viene disciolta, pesano di simbologie
pregnanti e sacrali. L’olio, che nel suo significato liturgico illumina come esplorati, percorsi, scoperti negli angoli del mondo dove ha rubato terre, sguardi e li ha fatti propri: l’Irlanda, dove immense scogliere colano nell’oceano tra foschie marine e volute di nebbia; Pompei, con i suoi edifici squarciati sotto l’ombra sinistra del Vesuvio; il labirinto antico dei boschi del Trentino in cui il cammino è unico e risucchia inesorabilmente verso il suo centro – verso il tuo stesso centro –; i nodi di rami e radici degli ulivi senesi e della foresta pluviale d’Amazzonia. Sporcandosi le mani e gli occhi nel fango e nei roghi dei legni, Mariconti raccoglie e rielabora a distanza quello che il ricordo trattiene e impasta.
Si palesa nel lavoro dell’artista, il suopotente immaginario gotico e romantico:
le forme e le tinte diventano sconcertanti, la presenza umana nella natura e nella storia si fa trasparente e attonita.
Tutto diventa organico o, al contrario, si pietrifica: le superfici inerti delle carte sono trattate in modo tale da diventare pulsanti, porose, come pellami o concrezioni marine, madrepore; le sagome dei tronchi bruciati o vivi, mangrovie aggrovigliate nell’opacità dell’acqua, ulivi reclinati sotto il peso dei secoli o abeti ritti a definire un scenografia dentata che si perde in profondità nelle vie di fuga e nei riverberi di neve, si mineralizzano. La foresta è irrigidita nella smorfia del tempo, perciò diventa sconfinata e perenne.
L’immortalità perturbante ritorna anche nelle mute rovine delle vie devastate di
Pompei e degli impercettibili castelli diroccati sulle rocce a picco d’Irlanda: le macerie diventano pietra, non diverse dalle cortecce e dagli scogli, sono anch’esse accidenti della natura, plasmati dal vento e dal trascorrere.
Si tratta, dunque, di un lavoro sulla memoria, una memoria non antropocentrica,
ma schiacciata dalla natura e dal senso del viaggio inteso come uno paesamento nell’immensità del pianeta e dell’eterno.
Natalia Vecchia
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